titolo Pianeta Azzurro
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Teatro e disabilità

Lavoro del gruppo

La sala del centro sociale Garibaldi è avvolta nell'aura di una totale confusione. In mezzo, per terra, ci sono corpi mischiati l'uno all'altro. E da quel mucchio vivente si alza un parlare concitato. Ma ad ascoltare meglio diviene chiaro che in realtà al posto delle parole ci sono soltanto vocalizzi strampalati, o aggregati di lettere che hanno rinnegato il senso originario. Eppure, quelle voci, accompagnate da quei corpi, offrono l'occasione di pensare e di emozionarsi... come (non sempre) accade assistendo ad uno spettacolo il cui esito espressivo sia affidato alla logica del testo. Si è quasi colti dalla vertigine e, perdendo le coordinate per orientarsi, si scivola fino a raggiungere un nuovo equilibrio. Precario, contingente, effimero... eppure così definito e soddisfacente.

Le persone presenti sono immerse nella sacralità della performance in atto: l'incontro di oggi, come ogni altra volta, anzichè solo prova di uno spettacolo teatrale, è un approdo e un'opera d'arte compiuta in se stessa.

L'arte è l'ambito privilegiato dove constatare quanto sia mobile la verità. O meglio: solo nell'arte (come ha insegnato Nietzsche) avviene il miracolo di una verità alla quale vale la pena di credere e attraverso la quale possiamo imparare a credere anche al mondo. Differenti inclinazioni di luce, prospettive: solo questo sappiamo del mondo. Come altre forme d'arte, il teatro può ben diventare specchio limpido di questa essenza mutevole e composita dell'esistere. Soprattutto quando scopre la ricchezza della differenza nella propria stessa natura. Tutte le sfumature della differenza (sia di genere, di origine, di cultura, di sensibilità, di capacità) diventano il materiale primario con il quale sperimentare nuove destinazioni espressive e comunicative. Diverso, nel teatro, è il modo di esprimersi di ogni corpo, in base alla propria forma, alla propria eredità, alla propria storia e al proprio destino... alla fortuna o alla sventura, alla forza o alla debolezza. Anche quando non lo si sappia nemmeno, quando non sia la base dalla quale si voglia consapevolmente partire.

Voler lavorare sulla debolezza del corpo, portando in primo piano questa sua peculiarità al pari di tutte le altre, implica un'idea di teatro e di arte in piena sintonia con quell'attitudine tragica qui richiamata. E, se il teatro è dialogo tra le differenze, una simile scelta, pur essendo rivoluzionaria e coraggiosa, coincide proprio con l'esito più inevitabile, il compimento stesso della forma espressiva in questione.

Cioè la necessità di non infossarsi mai nella decisione presa in anticipo e una volta per tutte, ma di essere costantemente attenti ad ascoltare le pulsazioni vive che ogni momento del lavoro offre come un dono impossibile da immaginare e contrattare a priori. Questo modo di far teatro, dunque (come qualsiasi altro che effettivamente non rimuova il proprio radicamento nella differenza espressiva dei corpi), da esso deve partire, trovare nella loro spontaneità la ragione di ogni gesto fondante e di ogni decisione. Ciò significa che qualsiasi meta si proponga la deve conquistare cercandone l'origine e la possibilità in quella sua base pulsante, fatta di carne e di ritmo imprevedibile, di tensione muscolare e di morbidezza, di posture inconsapevoli. Tutti dati che a loro volta derivano da quelle storie, da quei destini, da quei misteri, e che sono rintracciabili nel modo più evidente in quei corpi che, per debolezza o forse proprio per la loro caratteristica di predominare sulla componente razionale, hanno la maggiore immediatezza e la quasi incapacità di mentire.

Per questo, nel gruppo condotto da Badolato, l'improvvisazione ha un ruolo determinante, che la fa coincidere con il metodo della ricerca e della sperimentazione, con le quali si attende alla scoperta di vie espressive alternative, urgenti per sopravvivere e creare: come quelle, grazie alle quali, si può procedere nello spettacolo anche se alla marionetta si è spezzato un filo. Con fatica, con intensa sofferenza a volte. Con passione: sempre. Quando una voce non parla con la stessa logica e la stessa correttezza grammaticale alla quale sono abituate le orecchie del mondo normale è più facile accorgersi quanto valga il corpo dal quale nasce, il suo esservi radicata e impigliata. E allora questo corpo deve risvegliarsi al massimo e tendersi all'ascolto di se stesso, consumandosi, reagendo, lasciandosi guidare e lasciandosi andare. Ma questo dovrebbe succedere anche ad ogni altro corpo che, in apparenza, possieda un originario maggiore controllo di sé, e magari sia capace di parlare. Dimenticandosi.

Pur se invertito, nell'ultimo spettacolo il rapporto tra voce e corpo rimane la cifra del metodo di lavoro e del suo risultato espressivo. Infatti, anche se il copione lo hanno imparato a memoria tutti quanti, a guardare nel profondo ogni frammento del percorso, si capisce che quelle parole dette sono inscindibilmente ancorate nei corpi e nelle mille sfumature di quei corpi trovano il valore e il senso più genuini. Se fino ad ora il lavoro terminava nel conquistare parole che fossero il riflesso, la conseguenza delle forme e dei colori e del modo di muoversi della carne, qui la direzione del cammino è opposta, e ciò cui si agogna e di cui si attende la nascita improvvisa, è la reazione, la trasformazione di quella carne sollecitata dalle parole. Se prima si cercava la voce del corpo, qui il traguardo è il corpo della voce. In realtà, anche se in parte è ancora "nulla d'altro" che una questione di prospettiva, adesso il lavoro si fa più complicato, in certi momenti appare come una sfida impossibile.

Implica quell'angoscia vera che gli occhi di chi una memoria astratta quasi non ce l'ha, non sanno tradire. Richiede prove interminabili ed estenuanti che portano a ripetere fino a svuotarle frasi ostili e incomprensibili. E, ad un certo inatteso punto, conducono al miracolo della metamorfosi: ed è allora che veramente si può credere a quelle che sembravano soltanto teorie ambiziose. Il testo si fa concreto: entra, a furia di fatica, di paura e di dolore dentro nella carne di chi nemmeno lo sa e inizia a muoverlo, ad accompagnarlo verso la magia di una creatura nuova, che è un intreccio di altri corpi, di spazio, di suoni e di spasmi, di equilibri e vacillamenti: sempre in bilico, sempre in procinto di mutare. Fino alla fine, anche dopo la fine.

Per questo durante le prove, di fronte agli inevitabili incespicamenti nelle difficili pieghe del testo, il conduttore invita quasi ossessivamente a prestare attenzione alla disposizione del gruppo nello spazio, a come il contatto tra i corpi dei diversi attori era avvenuto mentre veniva alla luce la parola... a ricercarlo di nuovo, o a ricercarne la conseguenza inedita, il frutto dell'ultimo incontro tra lo sforzo verbale e il suo reincarnarsi, il passo espressivamente ancor più intenso. Senza preoccuparsi se la parola detta cambia ancora, perché questo non è un errore, ma il necessario movimento di un processo di maturazione, di un percorso vivo, che ogni volta si apre alla magia di un'ulteriore sorpresa e che, nell'evento dello spettacolo con spettatore, avrà certamente raggiunto una maggior sicurezza, una consapevolezza di sé mai prima conquistata. Che sarà comunque, e necessariamente, qualcosa di imprevedibile e di mai visto. Il che nel teatro rappresenta l'indispensabile, l'ossigeno per non solo sopravvivere ma crescere, sorprendere.

Cogliendo gli spunti, viaggiando in superficie. Per questo così spesso l'improvvisazione è il pane quotidiano. Non il partire da un sé che ragiona, astratto dal contesto, ma dalle occasioni emergenti nel gruppo durante il percorso, dal magma in continua metamorfosi che riserva costantemente sorprese di forma.

Come quando il conduttore invita tutti i partecipanti a pronunciare parole apparentemente insensate ma evidentemente fuse alla radice con quel muoversi sincopato di un corpo che altro non può e a farsi coro dunque, sfondo a quella voce in carne ed ossa, solista e temeraria. Proprio per l'attenzione che, in un simile approccio al lavoro teatrale, viene dedicata alle peculiarità di ognuno, questo è dunque tanto più proficuo e benefico al fine di far crescere il gruppo e di far maturare le relazioni tra i suoi componenti.

Infatti, anche se il lavoro di Badolato non è affatto da intendere in senso terapeutico (e anzi è proprio dentro al cuore della sua natura l'esigenza di riconoscersi come pratica artistica pari a qualsiasi altra e senza bisogno di giustificazioni o pretesti paralleli) è innegabile il suo risultato su chiunque vi prenda parte, che si può sperimentare in prima persona e si constata nel mutare dei rapporti umani tra i componenti del gruppo, a prescindere dal tipo di sfumature che li rendono diseguali.

E il pubblico non può fare a meno di cambiare esso stesso successivamente ad un simile incontro. Occhi e orecchie più duri e impenetrabili, a dispetto del presunto perfetto stato di salute e funzionalità, non possono restare immodificati se devono riuscire a godere di ciò che viene loro offerto attraverso una forma espressiva così rivoluzionaria e destrutturante.

E questo significa che ognuno deve sentire nel profondo di sé il cambiamento di prospettiva: deve iniziare a percepire ogni "errore" della realtà, ogni difetto dell'accadere del proprio rapporto con gli altri e del loro manifestarsi, del loro esprimersi, come divertimento e possibilità d'invenzione. E a stupirsi di come l'insofferenza lasci sempre più spazio alla potenza del redimere e resuscitare. Tornando a riflettere sullo spettacolo che uscirà in questi giorni, il fatto che ultimamente si sia impiegato un intero incontro a recitare storie assurde "dando la parola ai piedi" è (a dispetto della sua enigmatica banalità) il segno di come il momento, la fase del percorso sia ad una svolta, stia esponendo il gruppo insieme al suo conduttore ad una prova estremamente rischiosa che corrisponde (qualunque ne sia l'esito) ad una profonda maturazione. Se infatti solitamente l'accento era posto proprio sul far percepire l'origine della voce, di ogni singola vocale e di ogni caratteristica fonetica delle parole, dal corpo, dalla postura e dal suo modo di muoversi, nell'esperimento del "piede parlante", è chiaro che si vuole creare una situazione nella quale il processo d'influenza tra le due componenti sia l'opposto. Il piede è una delle parti del corpo per sua essenza più muta, più ininfluente sulla voce, più inespressiva. Ma anche qui in fondo si deve obiettare che è solo una questione di cultura, di abitudine, di superstizione... Comunque sia, per come siamo stati appunto abituati a pensare, per come siamo stati modellati dalle nostre pratiche di vita, per noi e in noi, il piede non ha contatto con la voce. Ma allora lavorare in questa direzione può avere proprio lo scopo di recuperare, di riscoprire finalmente il rapporto corpo - voce che c'è anche qui, anche nella parte più immobile del dito mignolo di un arto che per alcuni è quasi atrofizzato a furia di stare costretto nella forma intransigente di certe scarpe. E di accorgersi dunque che la voce prodotta dagli organi preposti al compito eccelso non disdegna di scendere fin lì, dentro a quelle ossa apparentemente rigide e insensibili.

Certamente è arduo, ed è necessario lavorare duramente per vedere qualche minimo successo. Ma non è impossibile sentire la verità e la naturalità anche di questo percorso inverso. Già dopo un incontro dedicato ad ascoltare quegli esseri goffi e poco elastici divenire logorroici e proprio grazie a quel parlare raggiungere via via una migliore mobilità, si comincia a credere che anche un testo difficile possa dare inizio al gioco magico tra l'intenzione originaria e l'accadere dell'evento-spettacolo, facendo sfumare la memoria della prima decisione di regia.

E infatti, per di più, il testo dell'ultimo spettacolo, estratto da quello scritto da Badolato per Dimenticati dal cielo e reinterpretato con aggiunte scritte da alcuni attori e modifiche derivanti dal lavoro, è estremamente difficile, poetico ed espressionistico.

Come sempre, infatti, ciò che potrebbe sembrare un incidente è in realtà l'essenza stessa del lavoro: quando il conduttore propone una consegna e questa viene decisamente stravolta. Che si tratti di gesti da compiere o di parole da pronunciare, l'espressività raggiunta tramite l'errore e l'errare imposto dalla differenza è semplicemente un'amplificazione, un divenire più visibile di quella variazione che qualunque soggetto imporrebbe in nome della propria sfumatura esistenziale.

Bisogna abituarsi a leggere la non risposta alla consegna come uno spiazzante gesto di originalità, forse di ribellione... certamente di potenzialità espressiva irraggiungibile da una ragione troppo impigliata nel suo credersi migliore perché conosce l'adeguatezza...

Proprio per tutto ciò che si è detto, ogni incontro, oltre ad essere un passo verso il risultato finale, è anche (e forse prima di tutto) risultato in sé stesso, da saper ascoltare e godere pienamente in quanto evento. Durante il quale gli stimoli offerti da chi conduce il gruppo si trasformano fino a portare altrove, in quel continuo e magico accadere della sorpresa che ribadisce la natura di festa del teatro tutto, così evidente in questa esperienza che, pur apparentemente eccentrica, può rappresentarne uno specchio particolarmente significativo o, addirittura, esserne la quintessenza.

(Elena Camesasca)